773 PER CENTO

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– dodicesima puntata: “773 per cento”

Sono aumentate del 773 per cento.

Che cosa? Ma è ovvio: le espressioni inglesi adottate dalla lingua italiana. Quando? Solo negli ultimi otto anni, a parere di Federlingue, un’associazione italiana di traduttori, interpreti e scuole di lingue.

Lo riporta un articolo di Nick Squires sulle pagine on-line di “The Telegraph” (http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/7415138/Itanglese-…-or-Anglitaliano-the-Italians-adopt-a-little-English.html), articolo intitolato Itanglese… or Anglitaliano: the Italians adopt a little English e aprentesi – inevitabilmente- con la foto di una succulenta pizza.

Nel testo ritroviamo molte delle tragicomiche situazioni già trattate nel nostro blog, come l’uso improprio e fuori luogo di termini inglesi:

“[…] there are also phrases which sound distinctly odd to a native English speaker, such as “baby parking” […], “baby gangs”, […] “sexy top models””.

Si ricordano le distinte necessità – per i giovani italiani, di essere “cool” e, per le aziende italiane, di apparire efficienti:

“While the use of Anglicisms is regarded as sounding cosmopolitan and “cool” (another English import) by youger Italians, businesses have had to adapt to the global spread of English in trade and technology”.

Fortunatamente, agli inglesi non manca mai l’auto-ironia (senza la quale, diciamocelo pure: sarebbero il popolo più odioso della storia recente); tale splendida qualità porta Nick Squires a ricordare come anch’essi facciano a loro volta un uso spesso improprio della lingua italiana:

“Walk into a café in Rome or Milan and ask for a “latte” and you will be handed a glass of milk. If you want a milky coffee, you need to request a “caffè latte””.

Oltre che per il suo interesse intrinseco, anche per praticare l’inglese è caldamente consigliata la lettura integrale del breve articolo. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/7415138/Itanglese-…-or-Anglitaliano-the-Italians-adopt-a-little-English.html

(A cura di Alberto Cassone)

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Un sonetto

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– undicesima puntata: “Un sonetto”

Il sonetto è un genere di componimento poetico che ha avuto grande fortuna, alcuni secoli fa, sia in Inghilterra che in Italia. Scartabellando in soffitta tra vecchi fogli protocollo, quaderni scarabocchiati e ammuffiti bloc-notes, ieri notte ho ritrovato un vecchio sonetto, d’autore anonimo. In una nota a margine, l’ignoto scrittore si augura che la funesta profezia – che prende corpo nella poesia – non prenda corpo, al contrario, nella realtà, restando solo il momentaneo frutto di un eccessivo pessimismo personale.

Dolce il nostro sì suonante Paese

è, ove si parlan infiniti idiomi;

se alcun di lor bislacchi e buffi han nomi

(Ogliastrino, Pantesco, Sarrabese)

nessuno d’essi eguaglia in buffità

quell’idioma bislacco e anzi trislacco

che aprendosi passivo, come uno sciocco sacco

dall’insigne lingua inglese rigonfiar si fa.

Chi lo chiama Angl’Italiano, chi Italiese

(un meeting sulla scelta certo non mancherà);

ciò nonostante è chiaro che il suo impiego

sottintende un know-how d’alto livello.

Non si capisce? Allor meglio mi spiego:

l’idioma è sulla lingua, l’idiota è nel cervello.

(A cura di Alberto Cassone)

DESPERANTO

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– decima puntata: “Desperanto”

Un’idea meravigliosa e irrealizzabile: l’Esperanto. In due frasi: una lingua senza irregolarità; una lingua che assorbe, riutilizza e modifica parole italiane, francesi, inglesi, tedesche, spagnole, russe, polacche, giapponesi, ebraiche, arabe, cinesi, ungheresi (e provenienti da altre lingue ancora) per ottenere la massima comprensibilità internazionale possibile.

Se imparassimo tutti l’Esperanto, fenomeni come l’Italiese (o come i suoi cugini Franglais e Spanglish) scomparirebbero completamente, per il sollievo di molti. C’è solo una piccola difficoltà: diffondere questa lingua meravigliosa è un’impresa disperata. Non siete d’accordo? Provate allora a tirar fuori tutta la vostra forza di volontà per riuscire a leggere senza distrarvi queste poche parole (si tratta della traduzione dell’incipit di Pinocchio dall’italiano) in Esperanto:

“Estis iam…
– Reĝo! – certe tuj diros miaj malgrandaj legantoj.
– Ne, geknaboj, vi eraris. Estis iam lignopeco.
Ĝi ne estis ligno luksa, sed simpla peco el stako, tia, kian vintre oni metas en la fornon aŭ kamenon, por bruligi fajron kaj varmigi la ĉambron.
Mi ne scias, kiel okazis, sed fakto estas, ke iun tagon ĉi tiu lignopeco venis en la laborejon de maljuna lignaĵisto, kies nomo estis majstro Antono, kvankam ĉiuj nomis lin nur Ĉerizo pro la nazopinto, ĉiam brila kaj ruĝa, simile al matura ĉerizo”.

E adesso, per chi è riuscito ad arrivare in fondo… sotto con la ri-traduzione in italiano.

(A cura di Alberto Cassone)

Parli SICILIANGLO?

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– nona puntata: “Parli sicilianglo?”

Il “sicilianglo”, meglio conosciuto come siculish, è un’altra forma del nostro diletto italiese – ma questa volta, rispetto a quanto visto nei post precedenti, si tratta di un fenomeno del tutto naturale e apprezzabile, assolutamente immacolato nei confronti dei consueti peccati di servilismo, provincialismo, esterofilia.

Gli immigrati siciliani negli Stati Uniti hanno infatti creato una lingua speciale, fatta di termini, espressioni e modi di dire inglesi adattati alla bell’e meglio alla lingua ita… voglio dire, alla lingua siciliana (la quale, ricordiamo, è la prima lingua della storia della letteratura italiana).

Alcuni esempi?

Trubbulu – (problema) – da Trouble

Carru (automobile) – da Car

Minnistritti (corso principale) – da Main Street

Giobba (lavoro) – da Job

Fattoria (fabbrica) – da Factory

Fare disturbi (creare problemi) – da Make troubles

Uazza marra iu? (qual è il tuo problema?) – da What’s the matter with you?

Sciarappa (taci) – da Shut up

Bocchise (scatola) – da Box

Tastari (assaggiare) – da Taste

Picchinicca – da Pic-Nic

Bildingu (edificio) – da Building

Bega (busta) – da Bag

Ruffu (tetto) – da Roof

Nepichina (tovagliolo) – da Napkin

Storo (negozio) – da Store

Ausa (casa) – da House

Butti (ma) – da But

(Trovate altre parole e, soprattutto, altre storie ai link:

http://www.funteaching.it/project/Dossier05/L’%20italo-americano.htm, http://www.americaoggi.info/node/24526, http://it.wikipedia.org/wiki/Siculish)

Ma quando quegli Italiani che son rimasti comodi in patria – e hanno pure studiato all’università – producono forme come “realizzare” (con il significato di “rendersi conto”, da to realize), “disegnare” (da to design), “spendere le vacanze” (da to spend the holidays), queste, oltre a tradirne il provincialismo e la vera ignoranza, sono per di più ipocrite – perché all’apparenza sembrano perfettamente in regola: italiano puro.

(A cura di Alberto Cassone)

Affari e business – una riflessione

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– ottava puntata: “Affari e business – una riflessione”

L’italiese è uno stato mentale. L’italiese è credere che l’uso di termini inglesi denoti professionalità ed efficienza. Chi fa business, lo fa meglio di chi fa affari.

Lo fa meglio, ma non solo. Gli affari sono sporchi, come ci insegnava la tradizione cristiano cattolica, che durante il Medio Evo delegava la gestione dei soldi ai “luridi ebrei” e, più in generale, agli “sporchi capitalisti”, compiacendosi della propria superiorità. Fare business, al contrario, è creare lavoro, produrre, arricchirsi, acquisire prestigio sociale e personale. La cultura cristiano protestante, una volta affermatasi in quasi tutto il Nord Europa, ha infatti rimosso le antiche remore “etiche” rispetto alle attività di gestione e moltiplicazione dei denari. Con il tempo, attraverso alcuni passaggi fondamentali (in primo luogo, grazie alla vita e alle opere di Benjamin Franklin), le ha trasformate in un valore positivo. Oggi chi fa business rievoca, nell’inconscio culturale collettivo, l’operosità e l’ingegno degli anglosassoni e dei popoli germanici in generale; chi fa affari, richiama invece l’egoismo, la corruzione, il cinismo e l’immondizia morale.

Caro lettore, rispondimi sinceramente: questa settimana, la prossima, questo mese – hai un meeting, o una riunione?

(A cura di Alberto Cassone)

MA QUESTO POST NON FA SENSO!

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– settima puntata: “Ma questo post non fa senso!”

Un’altra forma di influsso dell’inglese sull’italiano, più subdola delle altre, consiste nell’interferenza che la lingua della Perfida Albione esercita sulla nostra attraverso l’internazionalità. Mi spiego meglio: per il mondo girano, com’è naturale, stranieri anglofoni che studiano – o già parlano abbastanza bene – l’italiano. Vagano per l’orbe globale, inoltre, numerosi sportivi italiani che biascicano, masticano o padroneggiano l’inglese, dovendolo praticare in occasione degli eventi internazionali relativi alla loro disciplina. In questa Terra di Nessuno Linguistica che è l’internazionalità, le lingue si contaminano – indipendentemente da quale sia la materna: i tennisti italiani si convincono che la frase “ho la massima confidenza nel mio rovescio” sia comprensibile nella loro lingua materna, mentre gli studenti anglofoni di italiano affermano senza sensi di colpa che “la politica italiana non fa senso”.

Avrete notato, nei due esempi dati, l’unidirezionalità della contaminazione linguistica – dall’inglese all’italiano. Tempo fa un medico polacco, risentito per simili ingiustizie, inventò una lingua veramente Equa e Solidale: l’Esperanto. Ne parleremo; torniamo invece ai nostri studenti anglofoni italianofili, con una buffa lista di frasi ed espressioni che, secondo loro, sono formulate in lingua italiana:

I bambini dovrebbero imparare a giocare uno strumento musicale.

Quell’attrice sognava di giocare una parte a teatro con un grande regista.

Domani visiteremo la professoressa di Storia. Vieni anche tu? È simpaticissima.

Ragazzi, avete mangiato la colazione? Sì? Volete ancora un caffè?

Dobbiamo riservare una camera doppia per tre notti, giusto?

Siccome la televisione non lavorava bene, sono andati a vedere la partita al bar.

Domani è il compleanno di Marta. Lo celebriamo tutti nel ristorante di suo zio.

Luigi è in camera. Sta scrivendo l’esercizio di matematica.

Il professore ci chiede sempre delle domande difficili.

Ieri abbiamo ascoltato una notizia incredibile: Laura si è sposata. Ma è vero?

Mi dispiace, ma quello che dici non fa senso.

Durante la gita al lago di Garda avevamo già preso molte fotografie.

Prendi il cane nel parco! Poi al ritorno nutri il gatto, per favore!

Ragazze, mi raccomando: stasera dovete ritornare i soldi alla nostra coinquilina italiana.

Questa frase non è sbagliata, però si sente male.

Stamattina alla posta hanno rubato una signora anziana che aveva appena ritirato la pensione.

Dopo che ebbero rubato la banca, i ladri scapparono all’estero.

Questo piatto vuole molto tempo. Non c’è una ricetta più semplice e veloce?

Domani devo incontrare i miei zii all’aeroporto perché c’è uno sciopero dei tassisti.

In questo modo, il giornalista ha fatto la notizia incomprensibile.

Non appena arrivarono a Roma, affittarono una moto.

I contadini a quel tempo allevavano le patate, le carote e tanti altri tipi di verdura.

(A cura di Alberto Cassone)

L’IMPORTANZA DI TRADURRE ERNESTAMENTE

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– sesta puntata: “L’importanza di tradurre ernestamente”

Quante volte non siamo andati a vedere un film (che poi abbiamo scoperto essere bello) a causa del suo titolo, o siamo andati a vederne uno orrendo per la medesima e inversa ragione?

Le traduzioni dei titoli di libri e film non sono sempre facili. Come rendere “The importance of being Earnest”? Qualcuno ha provato, intelligentemente, con “L’importanza di essere Franco”, ma non ha attecchito. E il classico di Jane Austen, “Sense and sensibility”? L’italiano “Ragione e sentimento” rende solo in parte l’idea.

In molti casi, però, le traduzioni non sono affatto così difficili – e in verità non si tratta più di una versione italiana del titolo in inglese, bensì di un altro titolo – per ragioni, evidentemente, di marketing. Talvolta gli effetti sono esilaranti:

ORIGINAL TITLE VERSIONE ITALIANA
How to lose friends & alienate people Star system – se non ci sei non esisti
Ruthless people Per favore, ammazzatemi mia moglie
Eternal sunshine of the spotless mind Se mi lasci ti cancello
The myth of fingerprints I segreti del cuore
The sound of music Tutti insieme appassionatamente
Analyze this Terapia e pallottole
The boat that rocked I love Radio Rock!
Son of Flubber Un professore a tutto gas
40 pounds of trouble Venti chili di guai.. e una tonnellata di gioia!
I ought to be in pictures Quel giardino di aranci fatti in casa
Sudden impact Coraggio.. fatti ammazzare
Easy virtue Un matrimonio all’inglese
Biloxi blues Frenesie .. militari
No reservations Sapori e dissapori
Intolerable cruelty Prima ti sposo poi ti rovino
Extreme prejudice Ricercati: ufficialmente morti
Pentathlon Giochi pericolosi
Metro Uno sbirro tuttofare
The offence Riflessi in uno specchio scuro
War gods of the deep 20.000 leghe sotto la terra
Fireflies in the garden Un segreto tra di noi
Jingle all the way Una promessa è una promessa
Curtain call Amori e ripicche
Terms of endearment Voglia di tenerezza
Town and Country Amori in città… e tradimenti in campagna
The Manxman L’isola del peccato
Rumor has it… Vizi di famiglia
Something to talk about Qualcosa di cui sparlare
The ghost writer L’uomo nell’ombra
Margot at the Wedding Il matrimonio di mia sorella
Deck the halls Conciati per le feste
Knight and Day Innocenti bugie
Away we go American life
Keeping Mum La famiglia omicidi
Body double Omicidio a luci rosse
The mirror has two faces L’amore   ha due facce
Heart Condition Un fantasma per amico
Adaptation Il ladro di orchidee
Bullet to the head Jimmy Bobo
Woman on Top Per incanto o per delizia

Forse i più affascinanti, in questa lista, sono i titoli italiani in inglese: “I love Radio Rock!” per il film “The boat that rocked”; “American life” per “Away we go”. Un altro esempio di italiese…  bacchettate, gente, bacchettate.

(a cura di Alberto Cassone)

Un pazzo, molti folli!

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– quinta puntata: “Un pazzo, molti folli!”

Lui: “Quanto è facile l’inglese!” – Lei: “Hai ragione! Niente maschile né femminile, niente coniugazione del verbo tranne la –s alla terza singolare, per i plurali aggiungi sempre una –s…”.

Per i plurali aggiungi una –s, e poi… leggi la poesia anonima “Why English is so hard” e inizia a sospettare che l’inglese sia la lingua più ingannevole e complicata che esista (come recita l’ultimo verso, “the trickiest language you ever did see”):

We’ll begin with a box, and the plural is boxes;

but the plural of ox should be oxen, not oxes.

Then one fowl is goose, but two are called geese;

yet the plural of moose should never be meese.

You may find a lone mouse or a whole lot of mice

But the plural of house is houses, not hice.

If the plural of man is always called men,

Why shouldn’t the plural of pan be called pen?

The cow in the plural may be cows or kine,

but the plural of vow is vows, not vine.

And I speak of a foot, and you show me your feet,

But I give you a boot – would a pair be called beet?

If one is a tooth and a whole set are teeth,

Why shouldn’t the plural of booth be called beeth?

If the singular is this, and the plural is these,

Should the plural of kiss be nicknamed kese?

Then one may be that, and three may be those,

Yet the plural of hat would never be hose;

We speak of a brother, and also of brethern,

But though we say mother, we never say methren.

The masculine pronouns are he, his, and him,

but imagine the feminine she, shis, and shim!

So our English, I think you will all agree,

is the trickiest language you ever did see.

(a cura di Alberto Cassone)

Qual è la tua mission?

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– quarta puntata: “Qual è la tua mission?”

Africa nera? Agenti segreti? Film con De Niro? No. Mission vuol dire: ecco cosa dobbiamo fare in questa baracca, e adesso che l’abbiamo scritto qui vediamo di non dimenticarcelo. Chiaro?

Tutti abbiamo dovuto leggere, alle medie e molti di noi anche al liceo, brani classici di letteratura italiana. Le poesie di Pascoli e Carducci, i racconti di Verga e Pirandello… un testo classico, però, dalla programmazione scolastica spesso – per distrazione o colpa – imperdonabilmente ignorato è l’immortale Piccolo dizionario di milanese moderno, di Beppe Severgnini. Un testo poetico dal ritmo incalzante, che illumina la psiche del nostro tempo attraverso l’evocazione delle sue ossessioni linguistiche. Leggiamone un passo:

Attention getting, capacità di non annoiare, sconosciuta all’amministratore delegato. Lui però non se ne accorge. E chi glielo dice?

Back office, chi fatica dietro le quinte, lasciando gloria e denaro a qualcun altro. Una volta si chiamava “retro” (“Dov’è quel somaro di Gigi?” “Gigi chi? Il commesso? E’ sul retro”).

Benchmark, se dico “parametro” non mi capiscono. Se dico benchmark non mi capiscono lo stesso, ma è più fine.

Board, in italiano sarebbe “consiglio” (di amministrazione). Ma avete mai visto un capo che vuole consigli?

Brainstorming, riunione dalla quale persone con le idee vaghe escono con le idee confuse.

Brand awareness, se non sanno chi siamo, è un guaio.

Brand image, se ci credono, è fatta.

Charts, arrivano ospiti. Tirate fuori le diapositive.

Competitor, se chiamo così quell’impiastro del mio concorrente, in fondo faccio bella figura anch’io.

Consumer, consumatore ipnotizzato.

Delivery, consegna a gente con soldi da buttar via.

First mover, accidenti, l’idea è venuta a loro.

Full immersion, studio intenso, caro e disperatissimo di qualcosa che si sarebbe dovuto imparare tempo fa.

[…continua]. Questo poema del Severgnini non può non ricordarci la Divina commedia, nella sua mordente capacità di afferrare ed esprimere lo spirito dei tempi. Oggi come allora, tempi convulsi e nevrotici. Tempi di conflitti tra culture, concezioni, linguaggi. Per leggerlo tutto: B. Severgnini, Imperfetto manuale di lingue, pp. 555-558 – Milano, RCS, 2010.

(a cura di Alberto Cassone)

L’amoretto

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– terza puntata: “L’amoretto…”

Tutti ammiriamo le politiche della Francia (“loro sì che sono un Paese Civile!”), laiche e coraggiose, spingendoci fino ad apprezzare – valutandola come anti-americana – la politica linguistica dei cugini nei confronti dell’odiata lingua dell'”Impero”, l’inglese. Una politica d’orgoglio e di difesa dell’identità culturale: niente di più naturale, quindi, che considerarla “una cosa di sinistra”; niente di più prevedibile, d’altra parte, della successiva e stupefatta scoperta della verità: in Italia, il governo che più ha difeso l’identità linguistica è stato quello di Mussolini. Ecco una lista di “parole nuove”, ovvero di proposte linguistiche alternative anti-inglesi e anti-francesi, coniate e pubblicizzate al tempo del fascismo affinché sostituissero le loro equivalenti straniere – alcune attecchirono, altre no, altre… un po’:

Mescita – per Bar

Giazzo – per Jazz

Vitaiolo – per Viveur

Maglione – per Pull-over

Tipicato – per Standard

Amoretto – per Flirt

Robbiola – per Bistecca (da “Beef Steak“)

Autorimessa – per Garage

Regista – per Regisseur

Autista – per Chaffeur

Lista – per Menù

Prospetto pieghevole – per Dépliant

Incartamento – per Dossier

Festivale – per Festival

Scottato – per A’ la coque

Alcole – per Alcool

Sciampagna – per Champagne

Subretta – per Soubrette

(di: Alberto Cassone. Per la lista, ho attinto a piene mani da “Italiano antico e nuovo”, di Gian Luigi Beccaria)